I° CATECHESI – SIAMO DI CRISTO, CON LUI SIAMO COLLABORATORI DI DIO, MOLTE MEMBRA, UN SOLO CORPO

I° CATECHESI

Preghiera
Signore Gesù, Tu sei il fondamento sul quale vogliamo edificare la nostra comunione. Liberaci dall’orgoglio che divide e dalla paura che paralizza. Fa’ che nel presbiterio cresca la fraternità, che la Chiesa sia davvero casa e campo di Dio, che ogni servizio sia dono condiviso. Concedici di riconoscerci collaboratori della Tua opera, umili costruttori del Regno, nella gioia di appartenere a Te, Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Dalla Prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinti(3,1–23)

1Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo.2Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci. E neanche ora lo siete,3perché siete ancora carnali. Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana?

4Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini?5Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso.6Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere.7Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere.8Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro.9Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio.

10Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce.11Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.12E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia,13l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno.14Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa.15Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco.16Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?17Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

18Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente,19perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia.20E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani.

21Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro:22Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro!23Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

La comunità di Corinto, vivace quanto fragile, porta nella sua giovane fede il marchio della città che l’ha generata: una società dinamica, competitiva, assetata di prestigio. Paolo lo sa, e nel terzo capitolo della Prima Lettera decide di toccare la ferita più profonda: quella della divisione. Non la affronta con durezza, ma con la fermezza del padre che educa. Il suo primo gesto è un atto di verità: «Non ho potuto parlarvi come a spirituali, ma come a carnali, come a bambini in Cristo». Il termine sarkikoí (“carnali”) fotografa un modo di vivere la fede ancora imprigionato nei criteri mondani; il verbo ethepsa (“vi ho nutrito”) rivela, però, che l’immaturità non scandalizza l’Apostolo: la crescita spirituale richiede tempo, delicatezza, accompagnamento.

La radice della loro crisi è racchiusa in un verbo semplice, eimi (“sono di”): «Io sono di Paolo», «Io di Apollo». L’appartenenza, da dono, è divenuta possesso; da comunione, è divenuta partito. Paolo allora sposta lo sguardo dall’identità ferita al dinamismo della missione. Introduce un cambio di prospettiva attraverso tre verbi agricoli che sono una miniatura di Vangelo: phyteúō (“piantare”), potízō (“innaffiare”), auxánō (“far crescere”). Lui pianta, Apollo irriga, ma solo Dio fa crescere. La comunità non è una somma di fazioni, ma geōrgion theou, “campo di Dio”. È immagine che attraversa tutta la Scrittura: il giardino delle origini (Gen 2,8-9), la vigna d’Israele cantata da Isaia (Is 5,1-7), l’intuizione del salmista che riconosce la vanità dell’opera umana senza Dio (Sal 127,1). Paolo, come un rabbi che conosce le immagini del cuore d’Israele, le rilegge alla luce del Cristo e ricorda che i ministri non sono padroni del campo ma synergoí, “collaboratori di Dio”.

La pericope compie allora un salto architettonico: dal campo all’edificio. Paolo si definisce architékton sophós, “saggio architetto”, e dichiara di aver posto un fondamento (themélios) che non gli appartiene, perché nessuno può porne un altro all’infuori di Cristo. Qui risuona la promessa di Isaia: la pietra eletta posta in Sion (Is 28,16). Tutta l’opera ecclesiale dipende da questo unico fondamento. Ma anche su un fondamento solido, i materiali possono essere diversi: oro, argento, legno, paglia. È un’immagine che anticipa il tema del discernimento: ciò che è edificato senza carità sarà provato dal fuoco (pyr). La tradizione patristica accoglie questa immagine con finezza spirituale. Origene legge il fuoco come la carità stessa che, nel giudizio, rivela la verità dell’opera; Agostino distingue ciò che nasce dall’amore da ciò che nasce dalla vanagloria; Gregorio Magno riconosce nel fuoco la purificazione quotidiana del ministero, che svela le intenzioni segrete del cuore.

Tutto converge verso il versetto centrale, dove la metafora dell’edificio si trasfigura: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?». Il naòs theou non è un individuo isolato, ma la comunità intera. Qui Paolo tocca il vertice teologico: la comunione ecclesiale non è un accordo sociologico, è una realtà ontologica generata dallo Spirito. Per questo, ferire la comunione significa attentare al tempio stesso di Dio. Crisostomo commenta con limpida radicalità: Paolo non vuole che qualcuno “rubi a Cristo la sua gloria”, perché solo Cristo è il vero Signore della Chiesa.

Dopo aver mostrato la fragilità del campo e la responsabilità dell’edificio, Paolo apre la prospettiva più grande: «Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio». La libertà cristiana nasce dall’appartenenza, non dall’autonomia; dall’essere parte del tutto, non dal costruire un proprio spazio separato. Qui la pericope si chiude con la sua intuizione più profonda: la sapienza della croce è l’opposto della rivalità. La maturità spirituale non coincide con il possedere i carismi, ma con il lasciarsi trasformare da essi nella logica della comunione.

Il percorso del capitolo è dunque un’unica grande conversione: dalla logica dell’appartenenza divisiva alla logica della corresponsabilità; dal “mio ministero” al “nostro servizio”; dal campo umano all’edificio di Cristo, fino al tempio dello Spirito. Campo, edificio, tempio: tre immagini che non si sostituiscono, ma si illuminano reciprocamente fino a comporre un’unica visione. La Chiesa nasce dall’opera di Dio, cresce nella cooperazione umile dei ministri, vive della presenza dello Spirito. È questo intreccio, fatto di Scrittura, di discernimento e di carità, che i Padri hanno colto come il cuore della pastorale apostolica.

In questo orizzonte la comunione non è sentimento, ma compito teologico. È il primo annuncio, la prima forma di evangelizzazione. Quando il cristiano edifica sulla roccia che è Cristo, con l’oro della carità e non con la paglia del protagonismo, allora diventa, con Paolo, un vero «synergos» di Dio, e la comunità si scopre tempio vivo dello Spirito.

Dalla Prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinti (12,4-31)

4Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito;5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore;6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune:8a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza;9a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni;10a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue.11Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

12Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo.13Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

14E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra.15Se il piede dicesse: “Poiché non sono mano, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe parte del corpo.16E se l’orecchio dicesse: “Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe parte del corpo.17Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato?18Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto.19Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo?20Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo.21Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; oppure la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”.22Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie;23e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza,24mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha,25perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre.26Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui.

27Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.28Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue.29Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli?30Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?31Desiderate invece intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.

La comunità di Corinto è per Paolo un laboratorio vivo, tanto promettente quanto fragile. La varietà culturale, le differenze sociali, la ricchezza carismatica che la animano rischiano di diventare motivo di tensione e di competizione. Nel capitolo 12 della Prima Lettera, l’Apostolo affronta questo nodo decisivo elaborando una vera teologia dello Spirito: una visione capace di trasformare la diversità in comunione. L’intero discorso ruota attorno a una convinzione fondamentale: i carismi non sono titoli di merito, ma manifestazioni della grazia; non strumenti di distinzione, ma vie attraverso cui Dio costruisce l’unità della Chiesa.

Paolo apre la sezione con una triade che è già un piccolo trattato di ecclesiologia trinitaria: «Vi sono diversità di carismi (chárismata), ma uno solo è lo Spirito; diversità di ministeri (diakoníai), ma uno solo è il Signore; diversità di operazioni (enérgēmata), ma uno solo è Dio che opera (energeî) tutto in tutti». La diversità non nasce da dispersione, ma dall’azione unitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito. La Trinità non livella ma armonizza. Il termine decisivo, che orienta tutto il discernimento, èsymphéron, «utilità comune»: ciò che viene dallo Spirito costruisce il bene di tutti, mai il privilegio di qualcuno. Origene, leggendo questo passo, osserva che la molteplicità dei carismi è come un ventaglio di vie che conducono tutte all’unico Cristo: la varietà non è una minaccia, ma un riflesso della ricchezza infinita dello Spirito.

A questo punto Paolo elenca i carismi – sapienza, conoscenza, fede, guarigioni, profezia, discernimento, linguaggi – senza alcuna gerarchia. È un gesto volutamente pedagogico: nessuno dei doni è superiore all’altro, perché nessuno è proprietà di chi lo riceve. Ognuno è un dono per gli altri. Agostino, contemplando l’azione dello Spirito, nota che «la carità è la misura dei doni»: un carisma è autentico non per la sua forza apparente, ma per la capacità di generare comunione. Ambrogio, con la sua chiarezza teologica, insiste: «diversitas gratiarum, sed Spiritus unus»; la varietà delle grazie appartiene a un’unica sorgente.

Il discorso di Paolo compie poi un salto d’immagine: dai doni al corpo. «Come il corpo (sōma) è uno solo e ha molte membra (mélē)… così anche Cristo». Non dice “così è la Chiesa”, ma “così è Cristo”: la comunità non è metafora del Signore, è la sua realtà vivente. Nel Battesimo tutti sono stati immersi nello stesso Spirito (hèn pneûma) per formare un unico corpo. Paolo conosce le Scritture che parlano della vita nuova suscitata dallo Spirito: come le ossa aride di Ez 37 che si ricompongono, come l’olio che scende sul capo di Aronne e unifica i fratelli nel Salmo 133, come l’effusione dei doni su Bezalel o sui settanta anziani (Es 31; Nm 11). Questi testi confluiscono nel suo sguardo pastorale: lo Spirito non solo vivifica, ma mette in relazione.

Da qui nasce la lunga riflessione sul corpo come organismo. Paolo sa che, nel corpo, nessun membro può dire all’altro: «Non ho bisogno di te». Crisostomo commenta con energia questa intuizione: la necessità reciproca non è un vincolo, ma una grazia; un corpo vive se ogni parte vive per le altre. L’occhio non può farsi orecchio, né la mano può sostituirsi al piede; ogni funzione è essenziale, e l’onore dato ai membri più deboli è la firma divina della comunione. L’Apostolo non sta descrivendo un ideale astratto, ma una forma concreta di vita ecclesiale: la maturità spirituale non si misura dalla forza dei singoli carismi, ma dalla qualità delle relazioni tra i membri.

L’ultima parte del capitolo (vv. 27-31) è la sua applicazione pastorale. «Voi siete corpo di Cristo e membra, ciascuno per la sua parte». L’identità ecclesiale nasce dal servizio reciproco:diakoníanon è un termine marginale, ma il nome stesso della vita ecclesiale. Qui Paolo anticipa la conclusione: «Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via più sublime». L’agápē – che esploderà nel capitolo 13 – è la misura ultima di ogni dono, la fonte che purifica e orienta i carismi, l’energia che li trasforma in edificazione reciproca. Gregorio Magno commenterà che «il maggiore non è chi possiede più doni, ma chi serve di più con ciò che ha ricevuto».

Così, seguendo la progressione della pericope, il discorso paolino si mostra come un crescendo: dalla distribuzione dei doni all’unità del corpo, dalla varietà allo Spirito, fino alla carità come culmine e criterio. Il movimento è circolare e vitale: ciò che nasce dalla Trinità si manifesta nei carismi; ciò che si manifesta nei carismi si ordina al corpo; ciò che sostiene il corpo è la carità. In questa visione, la corresponsabilità non è un semplice metodo pastorale, ma il volto concreto della comunione ecclesiale. La Chiesa cresce quando ogni dono è accolto, riconosciuto, condiviso; quando nessuno vive per sé, ma tutti per gli altri; quando la diversità, lungi dall’essere minaccia, diventa luogo della presenza dello Spirito.

È questa la “via più sublime” che Paolo indica ai Corinzi: una Chiesa in cui lo Spirito genera armonia nella pluralità, la Trinità diventa forma della vita comune, e la carità trasforma la diversità dei doni in un’unica sinfonia per l’edificazione del corpo di Cristo.

Preghiera
Spirito Santo, anima viva della Chiesa, tu distribuisci i tuoi doni con libertà e sapienza. Rendici capaci di riconoscere nell’altro la tua presenza che costruisce comunione. Guarisci le nostre gelosie, spezza i muri dell’indifferenza, suscita in noi la gioia di servire insieme per edificare il corpo di Cristo. Fa’ che nessuno viva per sé solo, ma ciascuno per tutti, come membra di un unico corpo, perché nel mondo risplenda la bellezza della Chiesa generata dal tuo amore. Amen.

Orari Sante Messe

Orario invernale
(dal 1° ottobre al 30 aprile)
feriale
: 18.30
festivo: 8.00 – 11.00 – 19.00

Orario estivo
(dal 5 luglio al 30 agosto)
feriale
: 19.00
festivo: 8.00 – 11.00 – 19.00

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